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Ancora Chiesa: "Vincere la Coppa Italia sarebbe bellissimo, l'ultima volta della Fiorentina c'era mio padre..."

Il giocatore viola spera di poter imitare il padre Enrico, un trofeo che nella bacheca gigliata manca dal 2001

Nella lunga intervista rilasciata a SportWeek-LaGazzetta dello Sport il talento viola Federico Chiesa ha sottolineato come sarebbe fantastico vincere la Coppa Italia, visto che l'ultima volta la Fiorentina l'ha vinta nel 2001 quando in viola giocava suo padre Enrico.

Federico Chiesa, nonostante la sua giovane età, è molto legato alla propria famiglia e rivela che quella di diventare calciatore non è stata la prima opzione... Lo scudetto è una chimera, ma la Coppa Italia con Juve, Napoli e Inter fuori… «Faccio io una domanda: sai quando la Fiorentina l’ha vinta l’ultima volta?

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Nel 2001. In attacco giocavano Nuno Gomes ed Enrico Chiesa». E quindi da un Chiesa al l’altro… «Sarebbe bellissimo imitare papà». Tuo padre è stato un grande campione, ma la tua è una famiglia normale: diventare calciatore non era la prima opzione.

«È così, i miei genitori hanno scelto per me una scuola dove le lezioni erano in inglese. Il percorso tra i banchi è stato parallelo a quello del campo. Avevo un piano B: mi sarebbe piaciuto fare il chimico oppure il biologo.

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Mi sono iscritto all’università: Scienze motorie, sono fermo a due esami, ma quest’estate in ritiro preparo un’altra materia. Sì, diventare “dottore” come Chiellini è un obiettivo. Per il resto, devo solo dire grazie a papà e mamma.

Anche per l’inglese: è utilissimo, a volte lo uso coi compagni stranieri. Mister Pioli vuole giustamente che si parli solo in italiano, ma qualche volta faccio di nascosto il traduttore». Abiti accanto ai genitori: moglie e figli non rientrano nei programmi?

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«Per carità…Sono gioiosamente single. Non mi ci vedo proprio a fare il padre. Sto bene con la mia famiglia. Mi rivedo in mio fratello Lorenzo, 14 anni, sta muovendo i primi passi con la Fiorentina dopo essere passa to come me dalla Settignanese, e frequenta la mia stessa scuola internazionale.

In mezzo c’è Adriana, nostra sorella: fa l’università a Milano. Siamo una famiglia unita e felice, perché dovrei andarmene lontano? ». È vero che tuo padre non ha voluto svelarti il segreto di quel modo di calciare così letale per i portieri?

«A Firenze c’è ancora chi m’incontra per strada e mi chiama Enrico. Normale, papà ha fatto delle grandi cose e aveva quella particolarità nel tirare in porta. Non me l’ha insegnato perché credo non si possa farlo: è frutto di continui allenamenti.

Ho visto e rivisto i suoi video. Non riesco a replicare quel tiro, ma continuo a studiare». Sei l’idolo di tanti ragazzini, magari non sanno che alla loro età stavi in panchina? «Eh già, fino ai 14-15 anni ho faticato parecchio a trovare spazio: davanti c’erano compagni già formati fisicamente, io ero piccolino e gracile.

Insomma, non ero titolare. Gli allenatori cercavano di trovarmi il ruolo giusto, anche regista… Poi il tempo ha sistematole cose. Che fine hanno fatto quelli che mi stavano davanti? Credo abbiano smesso oppure sono tra i dilettanti.

Ecco perché non bisogna mai perdere la fiducia».

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