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Venuti: "È l'anno zero, c'è entusiasmo. Io in campo non solo perché sono fiorentino"

Il terzino viola si racconta, tra il passato e il presente: "Sono contento della fiducia della società. La sento ed è importante"

Lorenzo Venuti, terzino fiorentino, ha parlato in un'intervista al media ufficiale viola. Ecco le sue parole: "Il piccolo Lollo era un bambino vivace, più piccolo degli altri fisicamente. Volevo iniziare a giocare a calcio per mio nonno, perché piaceva a lui.

Però ero troppo esile fisicamente e avevano paura che mi facessi male, perché comunque qualche botta la prendi, anche da bambino. Quindi iniziai col nuoto, e dopo che morì mio nonno passai al calcio. Solitamente i bambini iniziano a 5-6 a giocare a calcio, io ho iniziato a 7 anni e mezzo".

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SENZA IL CALCIO. "Sicuramente avrei proseguito gli studi. Tutt’ora è una cosa che preme, soprattutto al mio Babbo. Vorrebbe che oltre al calcio mi interessassi a qualcosa, che approfondissi qualche studio. La vita da calciatore è breve, e quando finisce c’hai tutta un’altra vita davanti, e a lui piacerebbe che provassi a buttarmi in qualcosa.

E’ una cosa che ho nei piani, ma per ora no. Io ho fatto il liceo scientifico, però ad oggi mi piacerebbe di più qualcosa di umanistico. Mi piacciono molto le lingue. Sono curioso, quindi qualcosa che mi aiuti a scoprire nuovi posti, nuovi luoghi".

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TRA 20 ANNI. "Ad allenare adesso proprio non ci penso minimamente. Mi rendo conto che è proprio difficile. È impegnativo, e non so se riuscirei a mettere insieme tante teste di uno spogliatoio e a farle pensare come la mia. Ad ora l’allenatore no, poi potrei cambiare idea tra qualche anno.

Mi piacerebbe probabilmente rimanere in ambito calcistico. Perché il calcio è una passione. Ce l’ho dentro, lo faccio nella vita e proprio mi piace. Però anche svariare su altri settori, che mi permetta di girare il mondo, soprattutto una volta avuti i figli, una volta che sono cresciuti.

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Qualcosa che mi faccia scoprire cose nuove. A me preme di cercare sempre di imparare, non voglio mai fermarmi, una volta imparato qualcosa ho sempre il desiderio di imparare di più, di imparare altre cose. Per cui se ci fosse un settore che mi permetta di accrescere la mia cultura e le mie conoscenze, mi piacerebbe".

VIAGGIARE. "Il mio viaggio preferito, quello che mi è rimasto più dentro è stato in Madagascar. Proprio per questa mia voglia di conoscere e scoprire nuove cose, è quello che mi ha lasciato di più dentro. Lì mi sono reso conto di quanto abbiamo noi in Italia, in Europa, e spesso ci lamentiamo.

E di quanto invece poco hanno loro, e con quel poco riescono ad essere felici. Vedere dei bambini dare calci a delle lattine… E non lo dico così qualcuno può dire ‘Guarda Lollo che cuore che c’ha!’, lo dico perché è veramente quello che mi è stato trasmesso, quello che mi è piaciuto.

È l’Africa in generale, il Madagascar: una cultura pazzesca che ti può insegnare tanto. Mi piacerebbe visitare tanti posti, per esempio in Oriente, Vietnam o India. Sono affascinato dalle loro culture e filosofie di vita". VITA DA CALCIATORE.

"La vita del calciatore purtroppo è monotona. Si tende sempre a vedere il bello della vita del calciatore, ed è giusto così. Però ci sono tanti sacrifici dietro, tantissimi. Quando arrivi a questi livelli, la tua vita si riduce a campo-allenamento-casa.

Difficilmente uno trova tempo per cimentarsi in altro. Noi calciatori tante volte veniamo visti come macchine. Spesso il giornalista critica perché pensa che dall’altra parte ci sia una macchina che non prova emozioni o altro.

Invece siamo esseri umani anche noi e queste cose le percepiamo. Tanti giocatori ci soffrono per queste cose. Secondo me la bravura, non tanto del calciatore, ma dell’essere umano, sta nel trovare altro fuori dal campo che ci fa distrarre, oltre a rendere la vita meno monotona, può aiutare a sgomberare la mente, a distrarci.

Soprattutto nei momenti di difficoltà, quando uno è soggetto a critiche o a periodi negativi". FIORENTINO NELLA FIORENTINA. "Come ho sempre detto a me rende orgoglioso. Mi dà orgoglio a dei livelli non descrivibili a parole. Rappresentare la mia città, essere visto come simbolo, per me è un sogno che si realizza.

Dall’altro lato diventa stucchevole, me ne rendo conto. Tante volte si tende a guardare il ‘Lollo fiorentino’, il ‘Lollo cresciuto nel settore giovanile’, e si trascura il Lollo calciatore. C’è anche il Lorenzo Venuti che scende in campo, non c’è solamente il Lorenzo Venuti che rappresenta Firenze perché ci mette il cuore.

C’è il Lorenzo Venuti che ha qualità tecniche, fisiche e tattiche. Che possono essere messe in discussione, e questo è fuori dubbio. Porterò sempre Firenze su un piedistallo, ne parlerò sempre bene, e mi fa sempre piacere parlarne, ma mi rendo anche conto che possa diventare stucchevole".

OBIETTIVI. "Parlo anche da professionista. Ogni calciatore ha degli obiettivi, ognuno di noi ha dei sogni nel cassetto, delle aspirazioni. Ipoteticamente, dovessi rimanere in panchina sempre e non vedere mai il campo, ed essere solo quello che dimostra affetto per la maglia e sta lì, non ha senso.

Pur andando contro il mio affetto per la Fiorentina, e mi dispiacerebbe molto per Firenze e la Fiorentina, sono i miei obiettivi, la mia mentalità di cercare sempre di migliorarmi. La mia missione è di sfatare il mito che non esista profeta in patria.

Perché ci sono tante persone che dicono che Lollo è solamente quello che rappresenta Firenze e ci mette il cuore, ma poi per il resto non fa niente. Invece no, voglio dimostrare che c’è sì il Lollo che in campo sputa l’anima, che in campo dà tutto quello che può dare.

Ma c’è anche il Lollo che in campo fa cose fatte bene, che ha un valore e cerca di dimostrarlo in campo, non solo mettendoci tutto, ma anche a livello tecnico e tattico". ANNO ZERO. "Sono contento della fiducia della società.

La sento. Sento la responsabilità e la fiducia. Per un giocatore avere la fiducia della società è fondamentale. E’ obbligatorio che sia l’anno zero, dopo gli ultimi anni. Ci voleva un punto di inizio, ed è questo. La mentalità di quelli nuovi deve essere di entusiasmo, così come di chi ha vissuto le esperienze passate, imparando dagli errori.

Deve essere una rinascita. Quello che è stato è stato, da ora si ricomincia. Dobbiamo lavorare quotidianamente, ripetere fino alla morte quello che vuole l’allenatore, sposarla a pieno e trovare un’identità riconosciuta. Dobbiamo sentirci dire ‘voi siete quelli’, è una delle cose più belle.

C’è entusiasmo, c’è l’allenatore nuovo, una nuova filosofia di gioco e di pensiero. E la sposiamo. Fondamentale è avere un’identità, prima ancora di avere obiettivi". QUEL FIORENTINA-BENEVENTO. "Sono sensazioni forti. Mi ricordo quando arrivammo a Firenze e mi fecero appendere la bandiera del Benevento fuori dal cancello dello stadio.

Mi ricordo che fui pervaso da una sensazione che non era un’emozione, ma un’insieme di emozioni. Una mancanza che percepivano tutti, ogni persona. La mancanza di Davide nello spogliatoio della Fiorentina era di tutti, è come se tutti fossero stati presenti in quello spogliatoio e sentissero questa mancanza di Davide.

Quella partita fu qualcosa di surreale. Con lo stadio pieno, ma come se fosse a porte chiuse. E’ qualcosa che ti segna. Ci sono quelle 2-3 esperienze nell’arco della vita che ti ricorderai per sempre e che ti lasciano qualcosa dentro e sicuramente è una di queste".

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