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Mai la stessa formazione in 19 gare: il calvario di una squadra che un senso non ce l'ha

Sempre un undici diverso, tanti moduli alternati, e una Fiorentina che non trova mai una sua identità

Recita la Treccani: «Senso e consapevolezza di sé come entità distinta dalle altre e continua nel tempo». In una parola: identità.

Quella cosa che nel calcio, se raggiunta, rende riconoscibile una squadra. Organizzazione, idee, principi, carattere. Per raggiungerla, c’è bisogno di chiarezza. Avere un progetto in testa, e seguirlo. E la storia recente della Fiorentina ne è la dimostrazione.

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Al contrario. Così scrive il Corriere Fiorentino. 19 FORMAZIONI DIVERSE. Tre allenatori in un anno e mezzo, ognuno con una filosofia diversa, giocatori presi e ceduti nel giro di sei mesi senza averne sfruttato (in certi casi nemmeno intravisto) le reali potenzialità.

La perenne rincorsa del contingente, senza avere in testa un percorso a medio-lungo termine. In questa stagione, la Fiorentina ha giocato 19 partite (16 in campionato e tre in Coppa Italia) e ha cambiato 19 formazioni. Roba (quasi) mai vista.

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Difficile, in questo modo, trovare l’intesa perfetta. QUANTI CAMBIAMENTI. Uomini, ma non solo. Anche il modulo è cambiato spesso. Se nelle prime sette gare della stagione (quelle con Beppe Iachini in panchina) i viola hanno giocato sempre e comunque col 3-5-2 (un dogmatismo che ha portato a paradossi come il tandem d’attacco Ribéry/Callejon visto all’Olimpico contro la Roma), da quando è arrivato Prandelli l’abito è cambiato spesso.

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Il mister è partito dal 4-2-3-1 contro Benevento. Poi, nella trasferta di Udine (Coppa Italia) è passato al 4-3-1-2 con Borja Valero trequartista per poi tornare, nella sfida col Milan, al 4-2-3-1 dell’esordio. Col Genoa invece, ecco il 4-3-3.

Altro giro, altra corsa. Bergamo, contro l’Atalanta: 4-4-1-1 con Lirola ed Eysseric esterni di centrocampo, e Bonaventura alle spalle di Vlahovic. EQUILIBRIO SMARRITO. Dal match col Sassuolo in poi, Prandelli è tornato alla linea a tre alternando, di fatto, due moduli: il 3-5-2 e, ultimamente, il 3-4-2-1.

Anche ieri, contro il Napoli, se l’è giocata così. Con una differenza (fondamentale) rispetto alle uscite precedenti: la presenza di Ribéry (al posto del prezioso Bonaventura), Callejon e Castrovilli. Tutti, subito, e col numero 10 (in evidente imbarazzo) al fianco di Amrabat.

L’obiettivo era sfruttare i calciatori migliori ma così facendo, la squadra, ha perso quell’equilibrio che nelle ultime partite sembrava aver (finalmente) trovato.

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