Il blog di Ludwigzaller: La mano invisibile
Nella Inghilterra del Settecento, resa prospera dai commerci internazionali, e prossima alla rivoluzione industriale, i cosiddetti economisti classici mettevano a punto le teorie economiche che sarebbe state alla base del moderno capitalismo.
Era un singolare mondo di innovatori, fatto di pensatori utilitaristi, ma anche di artigiani che creavano nuovi sistemi automatici per migliorare la tessitura del cotone, come John Kay, inventore della spoletta volante e di agronomi come Jethro Tull, che lavoravano a migliorare la produttività agricola con le nuove rotazioni delle colture.
Si faceva strada l’idea che l’economia fosse capace di autoregolarsi se lasciata libera. Eliminando ogni intervento dello stato, così come le gabelle e i dazi, il mercato si sarebbe autoregolato. Era la teoria della mano invisibile, secondo la quale chi pratica prezzi più bassi attrae automaticamente i clienti e costringe gli altri a fare altrettanto.
Nel tempo i soggetti deboli vengono eliminati e si raggiunge un perfetto equilibrio. Adam Smith, il decano degli economisti classici, propose la teoria della mano invisibile nel suo capolavoro La ricchezza delle nazioni (1776).
Strano a dirsi ma un secolo più a tardi, nel 1859, dopo un lungo viaggio fino alle Galapagos, un naturalista, anch’egli inglese, elaborò una teoria molto simile applicandola al mondo naturale anziché alle relazioni economiche.
Quello scienziato era Charles Darwin e la teoria l’evoluzionismo o selezione naturale. Anche nel mondo della natura, secondo Darwin, opera una mano invisibile che fa sì che chi meglio si adatta all’ambiente sopravviva, mentre gli altri soccombono.
In un calcio dominato da schemi tattici sempre più cogenti e complessi, da allenatori che sono studiosi della tattica e creatori del gioco, la mano invisibile ha fatto irruzione, da un paio di anni a questa parte, nella persona di Zinedine Zidane.
Calciatore di classe superiore, con animo e generosità da vero capitano, Zidane ebbe un solo momento di défaillance quando durante la finale dei mondiali del 2006 Materazzi lo insultò pesantemente, costringendolo al fallo di reazione che cambiò la partita.
La retorica nazionale ha sempre sotterraneamente elogiato Materazzi, ma l’eroe, anche in quel caso, dai tratti vagamente alla De Amicis, era Zidane. Zidane che non baratta l’onore della famiglia con la vittoria nei mondiali, così come nel racconto di Cuore il bambino italiano, in una nave diretta a Genova, restituisce sdegnosamente ai suoi compagni di viaggio i denari di una colletta che avevano fatto per lui, perché li aveva sentiti parlare male dell’Italia.
Lo sguardo di Zidane è rimasto lo stesso, anche adesso che indossa la giacca e la cravatta e allena il Real, ed è lo sguardo di un uomo semplice, di un eroe flaubertiano.
Gli esperti sono concordi: Zidane non possiede un sistema di gioco definito, ai giocatori dà indicazioni di massima, frutto della sua esperienza calcistica, gli schemi sono assenti dalla sua idea di calcio.
Zidane ci rimanda ad un vecchio principio secondo il quale i grandi giocatori basta metterli in campo: fanno tutto da soli, come se fossero guidati appunto dalla mano invisibile di Smith. Certo gli uomini che ha a disposizione sono i migliori del mondo, e degli insegnamenti degli allenatori italiani con cui ha giocato continua a fare tesoro.
Ma il segreto delle sue vittorie sta nel modo in cui riesce a tenere tranquilli i tanti campioni, a non farli litigare, a dare loro le giuste motivazioni, un po’ come il Lippi dei mondiali (che pure si è detto sorpreso dal fatto che Zinedine sia diventato un allenatore).
Fatto sta che era stato ingaggiato per sei mesi come traghettatore, ma è rimasto due anni ed ha vinto due Champions Legue, impresa mai riuscita ad altri.
di Ludwigzaller
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