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Gosens: «Da piccolo volevo smettere di giocare. Nella vita bisogna crearsi sempre un piano B»

Il difensore della Fiorentina si racconta ad 'A luci spente': dalle prime esperienze calcistiche al tema della genitorialità  

Robin Gosens ha parlato ai canali ufficiali della Fiorentina, durante la rubrica A Luci Spente, della sua infanzia e di cosa significhi essere genitore: «Sono cresciuto in un paese molto piccolo e in mezzo all’affetto dei miei genitori. Ho avuto un’infanzia molto tranquilla e poi per il calcio ho iniziato ad uscire molto. Mio padre era l’allenatore della squadra dove giocavo quando avevo 6 anni. All’inizio è stato difficile perché lui non voleva far vedere che mi volesse più bene degli altri e quindi ad un certo punto volevo smettere. Poi ho risolto ed adesso abbiamo un bellissimo rapporto. Al di là del lato calcistico, con cui all’inizio ho avuto difficoltà ad interfacciarmi, mio padre per me è sempre stato un esempio. Lo accompagnavo sempre quando faceva sport, con lui eravamo sempre fuori per divertirci. Sono stato privilegiato perché ho avuto un’infanzia con pochi problemi».

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MANIFESTARE LE EMOZIONI. «I miei genitori erano molto diversi perché mio padre non riusciva a far trasparire le proprie emozioni mentre mia madre non aveva filtri. A me quando le persone sono così mi piace tantissimo perché la verità, anche se può far male, aiuta di più. Mio padre voleva invece far sembrare che fosse sempre duro per proteggere la famiglia. Anche mia sorella è sensibile e ci parliamo molto per condividere il nostro stato d’animo. Più tieni le cose dentro più diventano gravi e le persone a te care non ti possono dare una mano. E questo lo sto cercando di trasmettere ai miei figli. Mio figlio è come me solo che anche lui non riesce a perdere e quindi li devo insegnare che le sconfitte servono a farti crescere». 

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LE PRIME ESPERIENZE CALCISTICHE. «Quando ero piccolo non avevo paura di sbagliare perché volevo solo divertirmi e fare ciò che mi piace. In Germania il problema è che appena entri nelle giovanili dove, solo una piccola percentuale arriva in prima squadra, ti danno delle false speranze e questo se poi fallisci ti può fare molto male. È importante anche sviluppare un piano b. Il vuoto che ti porta un fallimento può diventare logorante se non ti sei creato anche altre strade. Non è sbagliato sognare perché è la base per arrivare in alto, devi fare sacrifici. Ma serve anche altro. È anche importante dare peso a ciò che succede nel post carriera perché quando si spengono le luci tutto cambia e se non sai cosa fare dopo diventa difficile. Io, che ho già il piano B per il mio futuro, vivo tutto questo con serenità e senza la pressione di portare magari il mio corpo al limite per continuare a giocare».

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ESSERE PADRE. «Mia moglie mi dice sempre che sono un terzo figlio. Provo ad essere un amico per i miei figli. Non voglio essere duro o dare troppe regole anche se una base serve. Voglio trasmetterli che niente è scontato e che siamo privilegiati a vivere questa vita. Quando sono con loro ho tutto e mi fa sorridere. Cerco di essere un padre positivo». 

LE PAURE DA GENITORI. «Io non voglio dargli la sensazione che devono per forza diventare calciatori perché l’ho vissuto in prima persona. Per me va bene tutto per loro. Però ho la sensazione che vedendomi magari si mettono già in una direzione. E questo mi fa paura perché loro devono trovare la loro strada. Mia moglie però mi dice che devo pensare meno e questo è un bene perché io lo faccio troppo, sia dentro che fuori dal campo».

MIA MOGLIE. «Sto con lei da prima del successo, da 13 anni. Questo mi dice che ho sposato una donna che ha scelto un uomo normale, non un calciatore. Siamo partiti a scuola insieme e prima di essere marito e moglie siamo migliori amici. Condividiamo tutto e non abbiamo mai smesso. L’anno a Berlino è stato devastante e il fatto di avere questo rapporto ci ha permesso di non andare in crisi. L’unico suo difetto è che prima di prendere una decisione ci pensa sempre troppo. È una madre amica e questo è fondamentale. A volte dimentichiamo che le mogli dei calciatori fanno tanti sacrifici».  

 


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