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Gattuso e il Pisa, quando bruciò uno striscione e si fece 'sindacalista'

Quattro anni fa Rino lasciava il club nerazzurro, ora torna in Toscana sulla panchina viola. I tifosi pisani sono divisi

Stiano tranquilli i tifosi viola: Rino Gattuso alla Fiorentina farà l’allenatore, nient’altro. E guai a considerarla una banalità.

Quelli del Pisa, di certo, non possono ricordarlo unicamente come un uomo in panchina. Sarebbe riduttivo, scrive il Corriere Fiorentino. INCENDIARIO E 'SINDACALISTA'. Perché Gattuso nei suoi due anni in nerazzurro (dal 2015 al 2017) è stato molto di più: incendiario (e non solo per aver bruciato lo striscione «Mai una gioia» nella festa per la promozione in serie B all’Arena Garibaldi), «sindacalista» (non si contano le sfuriate pubbliche contro la vecchia proprietà, la famiglia Petroni, colpevole di non pagare gli stipendi di giocatori e dipendenti: in qualche caso provvedeva lui in prima persona), capopopolo osannato da una piazza che adesso si interroga su che effetto farà vederlo sulla panchina della Fiorentina (seconda solo al Livorno in quanto a rivalità, non solo calcistica).

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REAZIONI DEI PISANI. Le reazioni sono opposte: c’è chi gli augura il meglio e chi storce il naso. Ma Gattuso a Pisa ha lasciato tracce di sé anche come imprenditore: nel 2017 ha aperto un ristorante a Calambrone, nel 2019 ha acquistato il complesso dei Trovatelli, un ex orfanotrofio del 1300 a due passi dalla Torre pendente (affari entrambi conclusi assieme all’amico Andrea Madonna, ex membro del Cda del Pisa).

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TIFOSI. Quattro anni fa, di questi tempi, nella lettera d’addio dopo la retrocessione in serie C, capolinea del suo biennio in nerazzurro, si rivolse direttamente ai tifosi, ringraziandoli. «Mi sono sentito amato. E non lo dimenticherò mai».

Il sentimento era reciproco. Nell’agosto 2016, pochi giorni dopo le sue dimissioni dovute ai problemi societari, si ritrovarono a centinaia davanti all’hotel dove alloggiava la squadra per impedirle di raggiungere l’Arena Garibaldi, dove si sarebbe dovuta disputare l’amichevole col Celta Vigo, annullata proprio per quella contestazione così eclatante.

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'NON SONO UN EROE'. E quando a inizio settembre lui tornò sulla sua decisione — convinto dalla prospettiva dell’imminente passaggio del club dalla famiglia Petroni a Pablo Dana, affare poi sfumato — loro accorsero in 5 mila allo stadio per celebrarlo.

«Non sono un eroe», puntualizzò lui quel giorno, consapevole che i problemi erano ancora tanti e di varia natura. Impensabile restare ai margini, attendendo e confidando che fosse qualcun altro a risolverli.

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