Fiorentina, esplode la rabbia: in tremila sotto la tribuna a contestare, società nel mirino
A fine partita, dopo l'ennesimo ko, è esplosa la protesta del tifo organizzato. Nessuno, dal presidente in giù, si salva
La camionetta della Polizia all’ingresso del Viola Park dove squadra, allenatore e staff tecnico sono in ritiro da ieri sera e ci resteranno fino a «nuove comunicazioni», gli agenti a far da scudo davanti agli ingressi del Franchi.
Questo è, da ieri, la Fiorentina. Una squadra e un club sotto assedio. Rinchiusa dentro i propri fortini, a domandarsi come sia stato possibile arrivare a questo e a immaginare qualche soluzione per uscirne. Mentre all’esterno soffia fortissimo il vento della tempesta.
Così il Corriere Fiorentino. CONTRO TUTTI. Tuoni che rimbombavano da un pezzo, minacciando un diluvio che alla fine, ieri, si è abbattuto con tutto il suo fragore. E chi pensava che bastassero le dimissioni di Daniele Pradè ad allontanare le nubi cariche di pioggia non aveva evidentemente capito che aria tirasse a Firenze.
Perché stavolta non è stata solo l’anima calda del tifo a "esplodere". Bastava essere in tribuna, per accorgersi di come tutto, ma proprio tutto lo stadio fosse colmo di rabbia. Certo, lo manifesta con modi, parole e atteggiamenti diversi da quelli della tifoseria organizzata, ma la sostanza era ed è più o meno la stessa.
Così, quando si è alzato il coro "Pioli salta la panchina", tutta la tribuna prima ha applaudito, poi si è unita. È stato, quello, un (piccolo) assaggio di quello che sarebbe successo più tardi. Durante i 90’ infatti, la gente ci ha provato e sperato fino alla fine.
Verrebbe da dire fino a quando non ha capito che sul campo, invece, la squadra aveva smesso di crederci molto ma molto prima. Soltanto allora, mentre sul Franchi iniziava a diluviare e non restava che il lunghissimo e inutile recupero, la curva ha messo fine a quella specie di accordo che era stato raggiunto nella giornata di sabato (sostegno fino all’ultimo minuto) e ha fatto deflagrare la rabbia.
Contro tutti. RABBIA. "Bisogna correre per vincere", il coro più gentile, passando per il minaccioso "uscite a mezzanotte", fino a quel "se andiamo in B vi facciamo un c... così" già sentito contro il Bologna. Poi, al fischio finale, l’allenatore che abbandona i giocatori agli insulti della curva e se ne va da solo, a capo chino, verso gli spogliatoi, e una corsa ad abbandonare i gradini ormai fradici della Ferrovia che non era voglia di andare a casa il prima possibile ma il messaggio che il peggio doveva ancora venire.
Eccoli, allora. In circa 3 mila, davanti all’ingresso Monumentale della Tribuna. Una macchia nera (solo così ormai si vestono i rappresentanti dei gruppi organizzati) a stringere d’assedio lo stadio e a costringere i giocatori a restare per quasi un’ora chiusi in quella che da non era più "casa" loro, ma una specie di gabbia opprimente.
E di nuovo, quei cori. "Uscite a mezzanotte", "vi romperemo il c...", "se andiamo in B...", "rispettate la nostra maglia". E poi fumogeni, grida. Rabbia. Scene che a Firenze non si vedevano da un pezzo e che nessuno, soltanto qualche mese fa, poteva immaginare.
Nessuno, per dirla meglio, che non conosca dinamiche e sentimenti di certi ambienti del tifo. Ambienti che da tempo avevano deciso di cambiare atteggiamento (anche) nei confronti della società e che in realtà lo avevano lasciato intendere da un pezzo.
Il direttore sportivo insomma, era solo il bersaglio scelto perché tutti intendessero. SOCIETA' NEL MIRINO. Non a caso, nella notte tra venerdì e sabato, per la prima volta, negli striscioni erano arrivati riferimenti diretti anche a Commisso.
Nessuno si salva. Forse Kean, De Gea, Ranieri e Gosens. Tutti gli altri, dal presidente in giù, sono adesso dentro al "mirino". E non basterà certo una vittoria, quando finalmente arriverà, per uscirne. Perché questa è una crisi che nasce da molto lontano e per questo è più grave di quanto già non appaia.
Piena di "non detti", e di quelle nuvole che hanno accumulato acqua e tensione per mesi. Forse per anni. E che ora, tutte insieme, stanno presentando il conto.
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