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Corvino e Pradè, destini incrociati tra intuizioni, flop e scommesse

Non esistono dirigenti di pallone che non sbagliano. Giocatori fantasma, gente improbabile, pedine di rinterzo finite per caso (si fa per dire) nello spogliatoio. Poi ci sono i colpi: buoni, meno buoni, mancati, infortunati, indimenticabili. Domenica a Genova sfida tra Pradè e Corvino, uomini diversi per stile, metodi, ambizioni.

Si sono incrociati a Firenze: Pradè arrivò dopo gli anni bui di Mihajlovic-Delio Rossi, con Montella la Fiorentina diventa un modello in Europa. Una rinascita. Poi quel modello va in crisi, solita storia: perché non fare un altro piccolo passo già che siamo qui?

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Ci aveva provato Prandelli, poi Montella e quindi Paulo Sousa.

È così tornato Corvino. Per Pradè fu facile all'inizio, sostenuto dalle ambizioni di Andrea Della Valle. Borja, Gonzalo, Pizarro, Aquilani, Cuadrado, Savic, poi le scommesse su Gomez e Rossi.

Alcune operazioni fatte con agenti poco amati da Cognigni, e curioso il fatto che Pradè fu esautorato dal suo ruolo a gennaio 2015, mentre da tempo Corvino parlava con i suoi vecchi amici e dava consigli. Sei mesi di vuoto hanno distrutto il rapporto con Sousa e l'essenza di una squadra che era solo merce per il prossimo mercato.

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Anche Pradè ha fatto i suoi errori: da Benalouane a Gilberto, e poi Brillante, Octavio e gli altri. Ma poi ha lasciato a Corvino i vari Alonso (arrivato a 0 e rivenduto a 28 mln) e Kalinic. Anche Corvino ha una collezione infinita di pacchi, ma Pezzella e Veretout sono stati ottimi affari.
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