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Commisso e Firenze, dalla gioia ai silenzi. Né fast né slow: solo la passione può salvarci

La vicenda dello stadio e i suoi cascami rischiano di gelare l’entusiasmo del presidente viola. Ma mollare oggi e arrendersi sarebbe una sconfitta dolorosa sia per la città che per Rocco

Era un anno e mezzo fa, sembra passato un secolo. Era il giugno del 2019 quando Rocco Commisso, formidabile self made man americano, sbarcò a Firenze da neo presidente della Fiorentina. Ricordate? L’abbraccio dei 15mila allo stadio, la felicità, la sua commozione.

E poi le chiavi della città, l’inno di Narciso alla fisarmonica, gli abbracci con Nardella: «La gente di Firenze deve essere orgogliosa di averlo come sindaco». Sembra passato un secolo. Oggi tutto ciò è un ricordo perduto nel tempo.

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Niente più sorrisi, niente più abbracci, la fisarmonica non suona più, solo un silenzio siderale e distante. Scrive questa mattina La Nazione. Firenze è città rinascimentale, iconica e ancorata al passato. Un luogo slow slow slow, che difende sì il suo meraviglioso trascorso rinascimentale.

Commisso ne è l’ospite che non si raccapezza. Un uomo arrivato in Pennsylvania a 12 anni senza una lira in tasca. E proprio grazie alla filosofia fast fast fast del luogo si è ritrovato oggi a dirigere la quinta compagnia tv via cavo degli Stati Uniti (Mediacom).

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Con un patrimonio personale di 9,05 miliardi di dollari. Se oggi è deluso in parte di Firenze e una parte di Firenze non riesce a capirlo, non è un fatto di ragioni o di torti. Semplicemente di punti di vista diversi sul mondo.

Commisso, uomo colorato con la religione del business, dna trumpiano. Come quasi tutti gli americani è persuaso che i soldi siano il motore del possibile. E che ogni intralcio all’investimento non sia un errore ma un’eresia. Certo, la città ha provato a fare qualcosa per lui come mai era successo in precedenza.

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Addirittura un emendamento in Parlamento firmato da quasi tutte le forze politiche (!) per permettergli di rifare il Franchi secondo i suoi desiderata, il lodo Rocco appunto.

Il guaio è che in questa stagione di politica debole, la burocrazia nell’occasione ha svelato tutta la sua terribile potenza paralizzatrice

E' bastata la relazione di un burocrate (nel caso la Soprintendenza di Firenze) a far diventare carta straccia l’emendamento bipartisan votato da tutto il Parlamento. Per carità, Commisso non può pensare che tutto il mondo sia plasmato sul modello americano.

Ma anche la città non può pretendere che imprenditori arrivati da lontano possano capire (e pure accettare) l’animo bizantino e poi machiavellico e poi doroteo di questo Paese bloccato e pavido. Come finirà dunque la storia fra Commisso e Firenze?

Oggi, di fronte allo stallo sulla possibilità di realizzare uno stadio di proprietà, in molti temono un disimpegno del manager americano, o quanto meno un vivacchiare sottocosta. Ma forse c’è una terza via che possa ricucire insieme la voglia di fare di Commisso e le speranze di Firenze.

Si chiama passione. Perché sono gli appassionati a sollevare il mondo, mentre gli scettici lo lasciano ricadere a terra. Ed è appassionandosi che si vive e vibra, mentre il resto è un arrancare stanco. Ecco, siccome Firenze e Commisso per molte cose distanti, una cosa in comune ce l’hanno, ovvero l’animo marchiato dalla passione, la speranza è che quello che fu il punto di partenza di una storia generi anche la ripartenza.

Che mollare oggi sarebbe una doppia sconfitta. Per Firenze, che non ha saputo coltivare e tenere vivo un entusiasmo palpabile. Ma anche per Commisso, self made man che finora non ha perso una sfida: davvero vuole arrendersi proprio qui?

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