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Quelli che Cecchi Gori, quelli che i primi DV. E che non si rendono conto che il calcio è cambiato. Ma tra l’unicum Atalanta e la Viola attuale ci deve essere una via di mezzo

Il calcio moderno esige introiti e infrastrutture. Inutile fare paragoni col passato. Ma tra modelli e club virtuosi e l'attuale Fiorentina ci deve essere una via di mezzo

Questo è il terzo anno di fila in cui la Fiorentina si ritrova a lottare per evitare la retrocessione.

Nonostante il cambio di proprietà, la rivoluzione totale di calciatori e dirigenza e tre tecnici che si sono avvicendati dalle dimissioni di Pioli. Nobili decadute, le chiamano così. Come il Valencia in Liga, come lo Schalke 04 in Germania, che rispetto alla loro storia continuano da anni a versare in situazioni pericolanti.

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C’è chi è retrocesso, come lo Stoccarda, l’Amburgo, il Betis, e poi c’è chi come la Fiorentina combatte con questo pericoloso epilogo ormai da tre stagioni. CECCHI GORI-DV. C’è chi ancora non si rassegna ai cambiamenti del calcio moderno.

Quelli che 'con Cecchi Gori avevamo Batistuta, Rui Costa, Edmundo’, ma anche quelli che 'con i Della Valle andavamo in Champions anche senza stadio’. Quelli che non si rendono conto che nei primi anni di gestione DV-Corvino era possibile fare squadre importanti spendendo il giusto, mentre oggi per stare al passo con le ‘strisciate’ servono investimenti doppi, se non tripli.

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CALCIO CAMBIATO. Dal momento in cui è entrato in vigore il fair play finanziario è cambiato il calcio. In maniera quasi irreversibile. E questo percorso è destinato ad aumentare ulteriormente il gap tra chi può contare su introiti e infrastrutture, e chi no.  O stai nell’elite del pallone, entrando costantemente in Champions, o sei costretto a fare miracoli.

Col primo Corvino potevi ancora prendere calciatori dal Milan, come Gilardino, il Vargas di turno, ma anche i Liverani e i Toni a 10 milioni di euro. Oggi non basta il doppio per prendere il Simeone di turno. In quegli anni c’era ancora modo di avere un minimo di forza contrattuale per dire no ad offerte milionarie per alcuni calciatori di proprietà.

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Soprattutto per un divario non così elevato tra stipendi tra club medio-grandi e club di primissima fascia. Paradossalmente, quel meccanismo che doveva rendere più ‘fair’ il calcio ha aumentato il divario. Nel frattempo, altrove, avevano già dato vita a percorsi virtuosi, come in Inghilterra ha fatto il Tottenham, o a Barcellona, mentre nell’era degli sceicchi (ancora non c’erano sanzioni) c’è chi ha investito miliardi di euro come PSG, Monaco e City.

Altri, in Italia, hanno messo i club in mano a fondi di investimento (Milan), banche (Inter con Thohir), e campato con plusvalenze quanto meno sospette. E nel frattempo hanno aumentato in maniera vertiginosa gli stipendi dei calciatori, arrivando alle folli cifre che la Juventus paga per calciatori che neanche utilizza, o per lo stesso CR7.

Il tutto costringendo la concorrenza a fare passi più lunghi della gamba, anche grazie ad entrate maggiori dai diritti tv. Solo qualcuno ha lavorato per autoalimentarsi. COMMISSO. Gli ultimi anni di Della Valle avevano portato allo sfinimento per il ripetersi di concetti come ‘buco di bilancio’ e ‘plusvalenze’.

Con Commisso, non a caso, la prima cosa che disse Daniele Pradè fu: “Non mi è stato dato l’obbligo di fare mercato pensando solo alle plusvalenze”. Nel frattempo, Commisso lo ha sempre detto: “Senza aumentare i ricavi non possiamo aumentare gli investimenti”.

Ci sono regole e paletti (certo c’è chi altrove riesce sempre, in qualche misterioso modo, ad aggirare gli ostacoli. Ma non tutti hanno gli stessi benestare) ma c’è anche la mentalità imprenditoriale di chi è venuto dall’altra parte del mondo non certo a buttare valanghe di milioni, così, per divertimento.

Quell’era è finita da tempo

. Non esistono più i filantropi. E senza infrastrutture i ricavi saranno sempre gli stessi. Aumenteranno, magari, gli introiti perché la proprietà ci mette del suo attraverso lo sponsor, come sta accadendo con Commisso rispetto ai Della Valle.

In un primo momento era aumentato anche l’appeal con la partecipazione alla ICC in America, o con l’innesto di Ribery. Ma Commisso lo ha sempre detto: “Con i ricavi attuali non possiamo prendere 6-7 Ribery” (senza considerare il rendimento che ha avuto).

Le infrastrutture sono fondamentali. E gli ostacoli che ha avuto Commisso fin qui sono una pagina nerissima nella storia della Fiorentina e di Firenze. Con ancora una parola fine che non si intravede all’orizzonte. Sicuramente non come aveva in mente Commisso.

Col restyling pubblico del Franchi i tifosi potranno (forse) avere il capo coperto e servizi utilizzabili (che sarebbe già qualcosa visto che siamo nel 2021), ma la crescita del club ACF Fiorentina sarà, così facendo, tutt’altro che fast fast fast come sperava e pensava Commisso.

 VIA DI MEZZO. Poi ci sono le vie di mezzo. Perché se la Fiorentina è per il terzo anno di fila invischiata nella lotta per evitare la B ci devono pur essere delle motivazioni tecniche. Un conto è farlo con 30-35 milioni di monte ingaggi come accaduto nell’ultimo anno di Della Valle, un conto è farlo adesso con quasi 70 milioni di spese.

E soprattutto senza vedere chissà quale luce in fondo al tunnel. Mettere sul banco degli imputati chi quei soldi li ha spesi, tra cartellini e ingaggi, è fin troppo facile. Ma così è. Tra l’unicum dell’Atalanta che in Italia e in Europa ha portato avanti un percorso straordinario e sostenibile, riuscendo a mantenersi a quei livelli, e la situazione in cui versa l’attuale Fiorentina ci deve essere una via di mezzo.

Perché carenze ed esigenze di mercato sono note da tempo. Non poteva essere uno 0-3 con la Juventus a far cambiare visione su lacune fin troppo evidenti. E che sono riemerse a Napoli in maniera roboante, gettando di nuovo nello sconforto ogni eventuale speranza di aver ritrovato la retta via.

Quantomeno un po’ di tranquillità. Oggi è sempre più difficile far tornare i conti e allestire grandi squadre, come trattenere volentieri giocatori a ingaggi contenuti, ok. Ma spendere e sovrastimare una valanga di giocatori stando sempre con la zona B ad un passo non è accettabile.

Così come l’attendismo sul mercato di chi doveva colmare lacune, e programmare il futuro. E non è accaduto né l’uno ne l’altro.

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