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Il blog di Ludwigzaller: Follia

Ambiguo fu l’atteggiamento degli uomini del Cinquecento nei confronti della follia. Il Rinascimento fu popolato di folli, capaci di rovesciare il mondo dalle fondamenta, a cominciare da quei depositari di una santa follia che furono i predicatori come Savonarola o Lutero, i pensatori politici come Machiavelli, gli utopisti come Tommaso Moro.

Per non parlare degli artisti, la cui tendenza all’impazzimento è stata a lungo studiata, sulla base di documenti come quel misterioso diario in cui il Pontormo annotava lo scorrere inquieto delle sue giornate.

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Tutto il Rinascimento è folle perché ogni rinnovamento radicale del mondo non si può fare senza la follia, e una quota di follia è in definitiva richiesta anche a chi il Rinascimento lo studia.

Contemporaneamente la follia rinascimentale è oggetto di satira, suscita repulsione. Contro di lei scrive Erasmo da Rotterdam dichiarando (falsamente) di volerne fare l’elogio. Anche per Ariosto, a ben vedere, la follia di Orlando implica una sorta di downgrading al bestiale.

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Di questo desiderio del Rinascimento di chiudere i conti con la follia una delle testimonianze più note è la nave dei folli, la stultifera navis di cui narra l’alsaziano Sebastian Brandt in un libretto di enorme successo illustrato da Albrecht Dürer: una nave su cui i folli vengono radunati per poi abbandonarli al loro destino, purché non pesino più sulla società con la loro presenza.

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Secondo Michel Foucault l’usanza di collocare i folli sulle navi era realmente praticata nel nord Europa. A Firenze, e altrove in Italia, erano gli organizzatissimi ospedali ad accoglierli, in una blanda condizione di reclusione, diversa dalle tattiche repressive ottocentesche e novecentesche.

In casa della Fiorentina la nave dei folli ha da tempo preso il largo. Vi sono stati imbarcati il colombiano l’estroverso Cuadrado con i suoi dribbling incontenibili, il malinconico Ljajic, l’insoddisfatto Joaquin, l’indio Pizarro, il consumato hidalgo Borja, discendente diretto del Chisciotte.

A bordo si trovano anche l’ossessivo-compulsivo Vincenzo Montella, la cui lucida follia l’ha in seguito inimicato alle tifoserie di almeno altre due squadre, e l’immaginifico portoghese Paulo Sousa, erede dei gesuiti e delle pieghe del Barocco.

Cacciati finalmente i folli, l’ordine è stato ristabilito, la ragione regna sovrana, i conti tornano, la squadra è affidata a un uomo prudente ed equilibrato. Il problema è che la follia ci manca immensamente. Oramai non c’è tifoso, o appassionato, a Firenze, che non ne invochi il ritorno sotto forma di giocatori geniali e di allenatori creativi e amanti del rischio.

di Ludwigzaller
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