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Antognoni: "Paolo Rossi campione del popolo con la sua normalità. Virtù rara"

Il club manager della Fiorentina ricorda sulla Gazzetta l'amico scomparso pochi giorni fa: "Il suo sorriso rendeva tutto semplice"

«Una delle ultime volte che ho giocato con Paolo è stato in Versilia. E naturalmente aveva fatto gol. Lui segnava anche camminando». Un filo di voce. L’emozione che accompagna ogni parola di Giancarlo Antognoni, intervistato da La Gazzetta dello Sport.

SORRISO. «Davanti ai miei occhi, in questi giorni, rivedo continuamente il suo sorriso. Era un uomo sereno. Sempre. Quando era il calciatore più famoso del mondo e quando, negli ultimi tempi, passeggiava tra gli olivi e le viti del suo amato agriturismo.

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Il suo sorriso era un biglietto da visita. Ti metteva a suo agio. Rendeva tutto semplice. Stavi insieme a lui ed eri felice». MONDIALI.  «All’inizio non era ancora Pablito. Veniva da un lungo periodo di stop. Eppure a colazione era sempre allegro.

Poi, ha cominciato a segnare. In campo ero il più vicino a lui. Prima delle partite mi diceva: “Gianca dammi la palla poi ci penso io”. E sorrideva quasi a volermi togliere pressione. Con i suoi gol mi ha regalato un Mondiale.

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Eppure anche dopo quelle sue magie è rimasto il solito Rossi. Sempre. Paolo è stato eccezionale nella normalità. Non è una cosa scontata. Anzi, è una virtù rara». CAMPIONE DEL POPOLO. «Paolo ha toccato il cuore della gente. Con la sua normalità.

È stato un campione del popolo, proprio come lo è stato Diego Armando Maradona. Non ha mai avuto atteggiamenti da divo. Aveva piacere di godere delle piccole cose. Paolo ha vinto tanto con la Juventus eppure è stato apprezzato anche dai tifosi delle altre squadre.

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Era impossibile non volergli bene». MALE. Sapeva che Rossi stava molto male? «No. Non lo sapevo io e non lo sapeva nessuno del gruppo dei Campioni di Spagna. Immagino che Paolo abbia scelto di chiudersi nella sua sofferenza insieme alle persone più care per non disturbare i suoi amici.

Immagino che abbia voluto che noi continuassimo a ricordarlo non con immagini segnate dal dolore, ma con quel suo sorriso incantato. E poi credo che fino all’ultimo Paolo abbia sperato di battere anche il Mostro. Lui è stato l’uomo delle imprese impossibili».

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