Il blog di Ludwigzaller: Il crollo della Baliverna
Lo strano personaggio che Dino Buzzati mette al centro del Crollo della Baliverna, uno dei più amati tra i suoi racconti, si aggira una domenica pomeriggio nei pressi di una vetusta costruzione della periferia di Milano, una sorta di immenso monastero o falansterio.
Per curiosità si arrampica su di un’asta fissata sulla facciata, piomba a terra senza farsi nulla, ma l’asta ne fa cadere un’altra che sorreggeva una mensola, la mensola cede a sua volta, la caduta insidia un architrave e così via.
Per farla breve, l’intera parete si gonfia e si ingobbisce come un’onda in procinto di frangersi e poi crolla. Segue un boato che sembra un lamento, la Baliverna implode su se stessa e non ne rimangono che cumuli di macerie.
Ho pensato a questa immagine contemplando il tremendo spettacolo, che già a Roma mi era apparso, di una Fiorentina che deflagra, vittima, al Franchi contro il Borussia, di una sorta di spaventoso cedimento strutturale, come un transatlantico squarciato da un iceberg, con gli avversari che l’assediavano da tutte le parti, il centrocampo inesistente, la difesa terrorizzata e gli attaccanti che non erano in grado di rilanciare.
E non era la prima volta che ciò accadeva durante la stagione. Non diversamente era andata la partita con la Roma e a ben vedere la patologia si era rivelata anche a Milano con il Milan, a cui erano bastati dieci minuti per segnare due goal e poi difendersi.
Sembra una malattia profonda, una totale e subitanea perdita di fiducia nei propri mezzi, contro la quale c’è ben poco da fare. Per guarire ci vorrà tempo e non è detto che il fenomeno non si ripresenti.
Come nel caso della Baliverna, a innescare il crollo è stato un evento apparentemente secondario: un rigore concesso generosamente al Borussia, quando eravamo sul 2-0, che ha rimesso i tedeschi in partita.
Ma le colpe vanno divise tra il progettista manutentore Paulo Sousa, che non ha colto i sintomi della catastrofe, e i giocatori che come mattoni usurati si sono letteralmente disfatti (ad eccezione di Bernardeschi e Chiesa, che mi pare abbiano fatto la loro parte).
Non hanno retto le ipotesi barocche e inutilmente sottili di Paulo Sousa, la sua idea ad esempio di far difendere ad un centrocampista la parte destra dell’area di rigore, sono mancate la resistenza fisica, la compattezza ed il morale.
Anche il direttore sportivo non può chiamarsi fuori, visto che è stato lui a creare la rosa decidendo acquisti e cessioni. Mi sarebbe piaciuto che fosse stato Sousa stesso a trovare il coraggio di mettere sul piatto le sue dimissioni, restando alla società la possibilità di accettarle e respingerle, ma non sono per principio contrario a che rimanga e provi a centrare la qualificazione, matematicamente non impossibile, in Europa League.
La sostituzione di Mihajlovic con Rossi è d’altronde un precedente che deve turbare ancora oggi i sogni di Corvino.
Certo ai mancati investimenti e alla scarsa generosità dei Della Valle si dà ora la colpa maggiore. Per quanto mi riguarda, credo che si sarebbe potuto costruire una squadra più giovane ed equilibrata anche a costo zero, con le cessioni ed i cambi, seguiti evidentemente da altrettanti acquisti.
Occorreva tagliare il cordone ombelicale ed affettivo che ci legava e ci lega ai Borja, ai Badelj, ai Vecino, ai Kalinic: non venderli tutti, è naturale, ma accettare le offerte importanti che erano arrivate almeno per un paio di questi giocatori.
E con i soldi ricavati comprare dei sostituti che colmassero i punti deboli della rosa. È quello che accadrà senza dubbio l’anno prossimo. Ma la premessa ineludibile è la scelta di un allenatore e di un sistema gioco.
di Ludwigzaller
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