Eppure c'è ancora chi dice no. Cosa ci insegna il caso Kalinic
C’è chi dice no e se a pronunciarlo, tutto di un fiato, è Nikola Kalinic, l’orizzonte di Firenze si allarga all’improvviso. Come dopo un gol, forse anche meglio. Il centravanti di ghiaccio domenica sera ha innescato la vittoria più bella e importante della stagione, rubando il tempo a Bonucci sullo scatto e fulminando Buffon, mica due qualsiasi, con un diagonale millimetrico.
Cinque giorni dopo, invece, ha segnato con le parole.
«Non vado in Cina, resto qui. La decisione è mia». Categorico, ha rischiarato l’ambiente, cancellando voci e indiscrezioni, soprattutto risollevando il morale dei tifosi: che Fiorentina sarebbe stata senza il suo miglior elemento (insieme a Bernardeschi)?
Che l’affare fosse ghiotto, non c’è dubbio alcuno. Kalinic è stato pagato poco più di cinque milioni e mezzo di euro e anche se i cinesi non avessero versato per intero i soldi della clausola, fermando l’offerta a 40, sarebbe stata una plusvalenza irripetibile.
Ma la squadra, quella che sotto la spinta della vittoria con la capolista può provare a raddrizzare una stagione sino adesso grigia, senza il suo bomber di riferimento avrebbe corso il serio rischio di perdersi definitivamente.
Il calcio non è solo business. La cessione di Kalinic sarebbe stata un messaggio sbagliato: come dire, la stagione finisce qui. Ma a scegliere è stato lui. Ed è stata una scelta pesante. Nikola ha rifiutato tra i dieci e i dodici milioni netti a stagione per quattro anni.
Provate a fare i conti: ce n’è a sufficienza per sistemare quattro generazioni di Kalinic. È vero che la Cina, dal punto di vista del calcio, è ancora periferia dell’impero. Ma è maledettamente complicato rimanere insensibili a certe cifre, immorali, però reali.
Ora sarebbe curioso capire i motivi di questa specie di dietrofront.
Kalinic, con troppa semplicità, tira in ballo il pubblico in generale e i giornalisti in particolare, colpevoli di aver letto con superficialità la situazione.
Ma cosa è successo in questi giorni convulsi? Forse i tanti intermediari, che volteggiavano (e ancora lo fanno) sulla trattativa con sguardo famelico per via delle commissioni faraoniche, hanno dato per scontate troppe cose: dall’avidità di Kalinic, alla debolezza della Fiorentina che avrebbe facilmente mollato per una cifra ben inferiore a quanto scritto sulla clausola da 50 milioni.
Ognuno, adesso, darà la sua versione dei fatti. Forse, quella vera, non la sapremo mai. A noi, in fondo ancora banalmente romantici, piace pensare che i soldi non siano tutto e che Kalinic abbia scelto così non solo per restare a Firenze, in una squadra di cui è il leader silenzioso, ma anche per non arrendersi ad una ricca pensione anticipata.
A giugno, Nikola — se lo vorrà — potrà pure cambiare squadra, magari andando in Premier (la scorsa estate l’Everton aveva offerto 30 milioni) oppure guidare con Chiesa e Bernardeschi la rifondazione viola. Per la Cina c’è tempo.
Non è il primo che ha respinto le offerte che arrivano dall’altra parte del mondo: Icardi, Cavani, Bacca, Falcao, Diego Costa e Benzema, tutti giocatori che hanno detto no. Ma quello di Kalinic ci sembra il più significativo: perché la Fiorentina, almeno al momento, non ha grandi prospettive in campionato.
Quindi, il rifiuto di Nikola sembrerebbe più doloroso e più vero, di sicuro più sconvolgente considerando che a Firenze il suo l’ingaggio è di circa un milione e mezzo bonus compresi.
Forse per questo i cinesi non si arrendono, anche se la Fiorentina ha confermato di non voler cedere il suo centravanti.
Ieri sera Kalinic è andato a cena con il suo procuratore Erceg, lo stesso che insieme a Davide Lippi aveva assicurato a Cannavaro la fattibilità dell’operazione. Il Tianjin rilancerà? Tutto è possibile. Il mercato chiude il 31 gennaio, quello cinese addirittura il 26 febbraio.
Ma, dopo quanto è accaduto, sembra difficile immaginare un altro cambio di rotta. Le parole di Kalinic hanno un peso. E tradirle, sarebbe un po’ tradire se stessi.
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