CorSport – Grosso e quell'urlo di Berlino di vent'anni fa: un momento che lo accompagnerà per sempre
Il nome del nuovo tecnico viola sarà legato per sempre a uno dei momenti più indimenticabili della storia del calcio italiano
Quanti sono in Italia quelli che il calcio è nato con me, scrive il Corriere dello Sport - Stadio. Si potrebbe dire, parafrasando, che da noi la madre degli inventori di calcio è sempre incinta. Eppure nessuno potrà mai dire che da questa indefessa procreazione sia uscito anche Fabio Grosso. Se un pregio ha, questo allenatore apparentemente di ultima generazione, in realtà in giro per marciapiedi e gavette da più di un decennio, con tutto il suo duro curriculum di giovanili, serie B, serie A, Italia, estero, promozioni, esoneri, se un pregio ha è di non essersi mai assunto la titolarità di alcuna invenzione.
L'URLO DI BERLINO. Il calcio c’era prima, lui ci è salito sopra da ragazzino giocando trequartista a Chieti, poi passando laterale nel Perugia di Cosmi, quindi imperversando sulla fascia sinistra nel Palermo, fino ad arrivare in Nazionale. Arrivandoci da ultima ruota del carro, riserva delle riserve, uscendoci da eroe dell’epopea di Berlino 2006... Si può provare in mille modi a parlare di Grosso, prendendola alla larghissima, ma non c’è niente da fare: ogni tentativo finisce come i nostri annunci di dieta ferrea, miseramente in fuffa. Per quanto si voglia scansare il banale e lo scontato, quella volta torna fuori di brutto. E allora ammettiamolo, se Grosso non si secca: per l’Italia, Grosso è e resterà in pianta stabile il coniglio uscito dal cappello di quella memorabile estate. La generazione del Mundial ‘82, detta boomer, appende in camera e conserva nella galleria del telefonino l’urlo di Tardelli, i Millenial zero punto qualcosa hanno in mente l’urlo di Grosso. Gli capitò di segnare l’ultimo rigore, il rigore decisivo della finale che non avevamo meritato di vincere come gioco e tutto: quella corsa delirante dopo il gol ancora ribolle nelle memorie del Paese reale, anche perchè da lì in poi la storia non ha più riservato all’Italia qualcosa di lontanamente simile, parlando di Mondiali.
IL ‘SUO’ MONDIALE. E comunque: il trofeo del 2006 è tutto nel segno di Grosso, altro che rigore in una notte di stelle, sotto il cielo di Berlino. Riavvolgendo col Var: al 3’ di recupero degli ottavi contro l’Australia è lui a procurarsi il rigore non esattamente limpido e indiscutibile poi realizzato da Totti, che permette di passare il turno, pur avendo giocato quasi tutto il secondo tempo in dieci. E la semifinale contro i padronissimi di casa, i tedeschi favoriti senza neanche quotazione al botteghino, vogliamo parlare di quella semifinale? Al 119’ corner di Del Piero, palla al nostro Leonardo, Andrea Pirlo, subito un’illuminazione geniale in area, Grosso s’infila dentro, tiro a giro d’interno sinistro e i tedeschi rivedono anche stavolta il film già visto, più replicato di Montalbano, un incubo perenne, quello che qui chiamiamo non vincerete mai... Al tempo: ci siamo di nuovo dentro fino al collo. Sarà che vanno a incominciare altre notti mondiali senza la nostra decadente presenza, ma dire Grosso è far partire come un juke-box, butta il gettone e te la canto, sempre inesorabilmente quella, l’urlo disumano di Berlino. Grosso ha tutto il diritto di non fermarsi lì, la sua vita è andata avanti per altri vent’anni, sempre allo stesso modo, come la sua prima vita, tra fatiche, ostacoli, frustrazioni, ma anche con una tenacia, una serietà, un’abnegazione decisamente più forti di quell’urlo.
VITA DOPO BERLINO. Grosso calciatore viene rottamato da Conte, Grosso allenatore le passa tutte, dagli esoneri a Bari, Verona, Brescia, alla promozioni in A col Frosinone e col Sassuolo, passando anche per quella vergognosa legnata di Lione. Legnata per modo di dire, in realtà una pietra lanciata dai simpatici tifosi del Marsiglia, autentica impresa da criminali fondi di galera, col nostro Fabio mezzo sfigurato in ospedale a chiedersi un perchè. Grosso è personaggio anti-personaggio, indole di poche parole, ma capace di una parola sola, quella data e mantenuta, come lo raccontano nell’ambiente. Grosso è questo e altro ancora, adesso che lo chiama la Fiorentina avrebbe tutto il diritto di ben altro ritratto, un profilo da signor allenatore per filo e per segno. Grosso potrà vincere in panchina più scudetti di Ancelotti e Allegri, di Conte e Capello, ma in una parte di noi, sopravvissuta intatta agli assalti delle delusioni e dei fallimenti di quest’epoca azzurro cupo, Grosso sempre quello resterà: l’urlo di Berlino, dopo Tardelli, l’altro urlo di un’Italia con la spina dorsale.



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