Il blog di Ludwigzaller - Fusion
Nella grande vittoria di Torino contro la Juventus Ludwigzaller ha visto in Cesare Prandelli la stessa voglia di cambiare che aveva spinto Miles Davis a cambiare stile
Intorno alla metà degli anni sessanta, dopo la pubblicazione, alla fine degli anni cinquanta, dei grandi album del periodo del cool, Miles Davis era considerato il più grande musicista jazz della sua epoca. La purezza del suono della sua tromba, così come la capacità di creare architetture sonore che ricordavano Bach, lo avevano innalzato nell’empireo, grazie ai quartetti e quintetti che aveva fondato e all’apporto di altri musicisti d’eccezione come il sassofonista John Coltrane.
La scena musicale però stava cambiando. Nuovi generi stavano conquistando i giovani, come il rock e il funk. Al suono acustico degli strumenti jazz si sostituivano chitarre e organi elettrificati. Miles fremeva, si sentiva superato.
Decise così di cambiare strada, licenziò i vecchi collaboratori e si affidò a un gruppo di giovani tra i quali Chic Corea, David Holland, Joe Zawinul, Keith Jarrett, John McLaughlin. Gli strumenti diventarono elettrici. Miles aprì un dialogo con le nuove tendenze e collaborò con Sly & The Family Stones e con Jimmy Hendrix.
Il risultato fu un disco splendido che cambiava il jazz alle radici, In a silent way, del 1969, da sempre uno dei miei album preferiti. Quello stile si chiamò fusion e fu in seguito sviluppato dai componenti della band di Davis che divennero celebrati solisti.
“Non credo avessero capito che non mi sentivo pronto a diventare un ricordo e a entrare nel cosiddetto catalogo dei classici Columbia.Volevo cambiare strada. Dovevo cambiare strada, se volevo continuare ad amare e a credere nella musica che facevo”, disse in seguito Davis.
Furono in molti a non capire e i concerti di Davis diventarono campi di battaglia. La polemica dei puristi infuriò anche sulla rivista italiana “Musica Jazz”. Nella partita della Fiorentina con la Juve a Torino mi pare di aver colto, in Cesare Prandelli, un’analoga voglia di cambiare che alla vigilia di una possibile contestazione era diventata una necessità.
Era arrivato a Firenze con alcune convinzioni. La sua Fiorentina si doveva affrancare dalla dipendenza psicologica nei confronti di Ribery. Di qui l’idea di un 4-3-3 in cui Ribery tornasse a fare l’esterno sinistro come nel Bayern.
Nel suo centrocampo ad affiancare Amrabat doveva essere un altro giocatore fisico, Pulgar. La filosofia di gioco era il difensivismo, “io non mi vergogno a difendermi” aveva detto. Con queste idee in testa aveva raccolto però pochissimi punti. Di qui l’idea di cambiare radicalmente le carte in tavola.
A Torino Prandelli ha restituito a Ribery il ruolo di uomo ovunque, libero di giostrare tra attacco, centrocampo e difesa. Pulgar è stato messo da parte a favore delle geometrie e dell’intelligenza calcistica di Borja. E la squadra non si è mai nascosta, ha sempre attaccato con coraggio. Insomma un esperimento felicissimo di fusion calcistica tra la Fiorentina 2019 di Montella e il calcio sacchiano e sapiente di Cesare.
Intendiamoci, Prandelli non sarà mai un seguace di Guardiola, ma l’aver saputo utilizzare quanto di positivo aveva fatto il suo predecessore fa onore alla sua intelligenza umana e calcistica. di Ludigzaller
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